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ASTENERSI PSICOPATICI

Blog interdetto a necrofili, fascisti, omofobi, donne frustrate, noiosi, fidanzate gelose, misogini, amiche e amici delle donne frustrate, deficienti, democristiani, sgrammaticati, petulanti, sposati infelici, integralisti religiosi, beoti maschi, benestanti, paranoici, antiabortisti, mostri, bugiardi, mitomani, donnette, pseudo esseri, antipatici, ignobili, doppiogiochisti, permalosi, portatori di faccine, spammatori, esseri con le unghie nere, assenteisti, spergiuri, indossatori di bordeaux, scrittori di po' e di dà e di qual è incapaci, soggetti convinti che le scarpe debbano essere comode e servano per camminare.

Leggere questo blog non è un bisogno fisiologico! 
Ma crea dipendenza


Copyright by Uic & Sabbia.ilcannocchiale.it

 




L'amore (così almeno se lo figura lei) è roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce più del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d'animo e onestà di propositi.

[G.B. Einaudi, Il giardino dei Finzi Contini]

Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce a immaginarsi il desiderio. Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti. Sapevo che prima o poi l'avrebbe fatto lei. E lo ha fatto. E' scoppiata tutto d'un colpo.

[A.B. Feltrinelli, Oceano Mare]

Ma lei è contento?
Molto. Anche se la contentezza è un lavoro. L'amore è un lavoro, e non è part-time. Roba da professionisti. L'amore è annoiarsi, sentirti dire non ti comporti bene, sei uno stronzo. L'amore è anche essere spenti, è sapere come si trasformano gli anni, che cosa diventa la passione, saperla riaccendere, saper convivere se si è spenta. L'amore è tanti cazzi, ma tanti...

[S.C. Vaniity Fair]

Gravity is not responsible for people falling in love.

[A.E.]

Mi riconosci ho le scarpe piene di sassi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti, gli occhi pieni di me.

[L.C]


Mano. La mia, almeno.         


 

Borsa. La mia, almeno.




- Scommetto che sei una ragazza di un certo tipo, - disse Checkers.
- Lo siamo tutte, - rispose Donna.
- Scommetto che sei quel tipo di ragazza che se sta camminando per strada e passa uno con una macchinazza e le urla qualcosa tipo 'Ehi, bella gnocca' non sorride nemmeno.
- Probabile.
- E scommetto che se quello diventasse volgare e dicesse che forse potreste combinare qualcosa, continueresti a non sorridergli. Saresti troppo sofisticata per lui.
- Giusto, di nuovo.
Checkers diede una manata al piano del tavolo. - Cristo! - esclamò a voce alta. Sembrava arrabbiato.
Donna ne fu sorpresa. Pensava stessero facendo conversazione.
- Cristo! - ripetè Checkers. - Ma chi cazzo vi credete di essere, voi donne?
Donna aggrottò le sopracciglia.
- Pensate che gli uomini siano raffinati? Pensate che moriamo tutti dalla voglia di farvi la corte? Di portarvi fuori a cena e di fare conversazione? Cristo! [...] Ma non capite? - Gli occhi di Checkers erano incollati a quelli di Donna. - Non capite proprio la perfezione di un 'Ehi, bella gnocca' detto da un uomo che non ha altro da dire?


[D.S., Einaudi, Baciarsi a Manhattan]




 

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31 maggio 2011

Comunque il referendum ovviamente vado a votarlo

Il Pisano Number One mi ha mandato una mail sul referendum del 12 e 13 giugno consigliandomi di andare a votare. Non lo sento da un paio d'anni, grazie a dio. Non so nemmeno come ho fatto a incasinarmi tanto con uno di cui non mi importava nulla e diceva continuamente puppa. Ma è tipico di me: meno uno mi interessa, più mi crea problemi.
L'ultima volta che ci siamo sentiti è andata così (copincollo da skype).

Lui: Allora, Mic, ti va di andare via questo fine settimana? Facciamo un weekend in una città d'arte che vuoi tu, oppure al mare, basta che stiamo insieme. E che non stiamo insieme a Casal Pusterlengo, tipo.
Io: Uffa, mi piacerebbe, ma ho già degli impegni. Facciamo il prossimo?
Lui: Il prossimo sono impegnato io... però quello dopo ancora ci sono. In ogni caso potrebbe anche non essere il we. La notiziona è che fra poco cambio casa e potremo vederci più spesso.
Io: Ah.
Lui: Sì, vengo a vivere a Milano.
Io: Davvero?
Lui: Sì. Sei contenta?
Io: Non esageriamo.
Lui: Sempre la solita entusiasta, eh. Comunque, vado a convivere con la mia ragazza.
Io: ...
Lui: Dai, ma un po' di allegria! Ci vedremo più spesso!
Io: Aspetta, fermo, frena. Forse non ho capito bene: vai a convivere e contemporaneamente organizzi i fine settimana con me? Ma sei completamente idiota?
Lui: Ma perché? Non ti va di vederci?
Io: Sì, sei completamente idiota. Non c'è dubbio.
Lui: Mi sembra che tu stia drammatizzando...
Io: Lo uso come epiteto per riferirmi a te: L'Idiota. Pensa che citazione.
Lui: Va bene, ho capito che sei arrabbiata.
Io: Non sono arrabbiata: sono sconcertata dalla tua pochezza umana.
Lui: Quindi non vuoi più che ci vediamo?
Io: Idiota, certo che non voglio più che ci vediamo! Anzi, Idiota, cerca di non farti vedere in giro. Altrimenti per solidarietà femminile mi tocca dire a quella poveretta con quale tipo di Idiota ha a che fare.
Lui: Mic... ma se per caso ci incontriamo in giro... potremmo mantenere un atteggiamento civile?
Io: Ti sconsiglio di mettermi alla prova.







permalink | inviato da uic il 31/5/2011 alle 11:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa

22 maggio 2011

Boys with pills

Sono stati giorni bellissimi perché un pezzo di Salento ha passato con me mille ore di fila anche sotto il temporale e sono stravolta fisicamente. Ma non posso proprio esimermi dal raccontarvi una cosa.
Vi ricordate del mio fidanzato delle medie?
Venerdì sera l'ho visto. BB ha invitato a cena i musicisti, me, e altri amici e mentre sbucciavo le patate ho detto: perché non invitiamo anche Ivan? Una roba da liceali! Fichissimo. E lui dice sì.
Ma qui viene il difficile del racconto. Perché in effetti spiegare come si stia in apnea, coi lacrimoni che scendono e la voglia di nascondersi sotto il tavolo a ridere, converrete, è difficile.
Ma ci provo.
Ivan entra nella casa di BB e alla IV parola capisco che non è assolutamente ipotizzabile che ci esca. La IV parola è cucciola. Cioè si avvicina, mi bacia sulle guance a ripetizione (tipo una specie di bacio multiplo prolungato prendendomi la testa fra le mani) e mentre si produce in questo saluto rumoroso dice Come stai, cucciola?
Alzi la mano chi di voi lettori pensa che io possa apprezzare di essere chiamata cucciola.
La serata è un crescendo di assurdità. Io non guardo BB perché se la guardo mentre Ivan urla Ciao Fratello, ciao sorella, viva il reggae, figo il Salento, a me la pizzica mi tocca il cuore, muoio.
Ai miei amici salentini la pizzica, chiaramente, fa lo stesso effetto di una Modonna che ti piange in casa se sei ateo: ti rompe le palle! immaginati le processioni religiose dentro casa.
Ma Ivan non capisce. Mentre tutti gli altri gli chiedono più o meno di gentilmente, più o meno ironicamente, di levare quella roba di Santo Paulo, lui zero. Continua a dire Uè fratello, il Salento, la terra, la pizzica, lu vientu.
Io non riesco a stare seria, è impossibile. Ivan dice Piccola, posso raccontare un inedito su di te?
E anche Sì ma non puoi prendere tutto così per antonomasia. E infine Però non dovete mettere su tutto questo inalberamento!
Ora lo so. Penserete che sono la solita snob e blablabla. Ma lui è al di là del bene e del male. E mentre Stefano si avvicina per prendermi per il culo e mi dice E' lui, è l'uomo della tua vita! E Tobia mi dice A me è simpaticissimo. Voglio essere il suo testimone di nozze al vostro matrimonio, poi mettervi una telecamera in sala e farci un reality show: sarebbe interessantissimo sapere cosa vi dite.
Ivan è molesto. Si mette sotto al palco a saltare e battere le mani (da solo) e a chiedere un po' di pizzica a musicisti che suonano questa musica (e come hanno capito tutti tranne lui, odiano la pizzica). Mi tocca quando mi parla e quello che dice è ai limiti del degrado. Cerco di ritornare a lui quando è sul palco. Al carisma etc. etc. Ma è impossibile. Mi dico: apposto così, no?
Nel senso che stiamo tutti piangendo dal ridere e la serata è fichissima e io sono allegra. E si avvicina Fabrizio, uno che mi guarda da lontano che una faccia da killer. Ivan gli urla Oh, ma cosa ti guardi? Quello si avvicina.
Io sto per soffocare. Mi manca la rissa.
Mi dice Noi ci conosciamo. Io dico Non mi pare. Lui dice Certo, ci siamo conosciuti al mercato. Io dico Non credo. Lui dice Davvero! Ma tu preferisci frutta o verdura? Io sto zitta e mi compiango: com'è possibile due nella stessa sera?! come?! Lui dice Comunque ho la polmonite. Ivan dice Nooo, fratello, è terribile! E iniziano a parlare di pillole.
Ve le do io le pillole.
 




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1 maggio 2011

Un pianeta in un sasso, l'infinito in un passo

Non so qual è l'incipit, quindi lo saltiamo, volete?
Perché l'inizio è un normale appuntamento nella provincia della provincia in cui ho fatto le medie per sentire un tributo a Rino Gaetano. L'inizio è arrivarci, trovare le altre, bere, ballare e ridere e intanto dire a BB: ma lo sai che quel cantante è carino?
Ovviamente non è carino in senso canonico: ha qualcosa di curioso, che non ti annoia mentre lo guardi. O forse è il modo in cui muove le mani o forse è la sua voce che arriva dritta e piena e bellissima. O il suo carisma e la gente che lo applaude e lui che scarta di lato, con timidezza. E insomma dico a Mr Marshmallow, in pieno groupie style, Ma che carino il cantante! lo conosci?
E Mr Marshmallow risponde che è come suo fratello e blabla e poi sorpreso mi chiede Ma davvero ti piace? Io rispondo Sì, beh, perché no? Lui dice Beh, sembrate un tantino diversi (in questo diversi sta il problema delle mie scelte affettive, ormai è chiaro), ma conoscendo te e conoscendo lui, sai che... in effetti! Sareste una bella coppia! Sì, ok, possiamo frenare? Mi dici almeno come si chiama? Ivan, dice Mr Marshmallow. Rimango immobile, mi riprendo e chiedo il cognome. Me lo dice. Cazzo.
Questo era solo l'incipit, perché la storia vera si svolge 19 anni fa.
Faccio le medie. Sono una biondina brillante a scuola che gioca a pallavolo, vengo da una buona famiglia (per gli standard della provincia della provincia), mi vesto sufficientemente cool per l'epoca, ho degli amici, qualche fidanzatino, propongo i film per il cineforum della scuola e leggo Joyce senza capirlo, ma intanto lo leggo. Insomma, sono una tredicenne normale. Ovviamente mi piacciono i disperati. Ripetenti, affidati ai servizi sociali, bulletti, semianalfabeti. Il mio preferito è il bello e dannato della scuola che non mi calcola nemmeno da lontano finché succede non so più cosa e ci mettiamo insieme. In ogni caso la mia relazione col B&D dura poco, lui mi molla, io non soffro e continuiamo a uscire nella stessa compagnia (nota: io non ho mai più assolutamente voluto avere una compagnia dopo le medie).
Dopo le vacanze di natale della terza media, sul mio banco iniziano a comparire dei disegni che declinano il mio nome in svariati modi. I disegni non sono granché, diciamocelo. Non era Picasso il mio spasimante misterioso. Non si firmava mai, lasciava sul banco un disegno e stop. Ma quanto può essere grande una scuola della provincia della provincia? Ecco.
Così scopro che l'autore è Ivan. Un ragazzo appartenente alla categoria Dannati e amico dei Dannati, molto meno alla categoria Belli, per nulla al sottoinsieme bulli. All'intervallo prendo il plico dei disegni che mi ha fatto e mi avvicino a lui che sta giocando a calcio con una palla posticcia (cosa che chiaramente non si poteva fare). Dico Scusa? Lui si distrae, gli rubano palla, alza le spalle verso gli altri e mi si avvicina ciondolando. Dico, indicando i disegni, Grazie. Lui nemmeno mi guarda, a occhi bassi dice Prego. Rimango zitta, senza sapere che fare. Lui sta zitto. Io dico Beh, allora io vado.
Il giorno dopo, sul disegno che trovo in classe, c'è scritto Ti va di vederci questo pomeriggio? All'intervallo riproduco esattamente la stessa scena del giorno precedente, solo che questa volta gli dico solo Sì.
Di questa storia, durata 5 mesi l'anno della terza media, non è che abbia dei ricordi vivissimi. Alcune cose come lui che si fa 18 km in bici per venire a trovarmi a casa di Don Lurio, lui che bacia benissimo, lui sempre timido e sempre cupo, ma incredibilmente ironico, noi insieme il giorno degli esami e i giorni precedenti in cui facevo la maestrina e gli spiegavo matematica (!!!) e lui m'interrompeva per baciarmi (tenete conto che io avevo 13 anni e lui, invece, 16), le lettere che mi scriveva, i silenzi e i suoi occhiali con la montatura nera (che ha ancora oggi). Poi ricordo che mi ha detto ti amo, ed è stato il primo ti amo che io abbia mai sentito, non solo con le orecchie. E poi ricordo che è arrivata l'estate, io partivo per le vacanze più lunghe della storia, lui rimaneva nella provincia della provincia e insomma non ci siamo aspettati affatto ed è stato giusto così.
Ma io Ivan, prima di ieri, me lo ricordo una mattina fredda, sotto ai tigli, che senza guardarmi mi dice Io ti amo e se ne scappa.
Sono passati 19 anni e io non ho dimenticato, ma certo non l'ho riconosciuto. Mi sono sentita un sacco di rimproveri sulla mia incapacità di ricordare le persone. Ho sempre risposto che anche loro non si ricordano di me, anzi, mi rimuovono, anzi, stanno sulla costacrociere!
Comunque Mr Marshmallow dice perentorio Figurati se si ricorda, non si ricorda di quella che si è portato a letto ieri.
Quindi io ci vado preparata, finito il concerto, a salutarlo. Ci vado consapevole che ci ho messo 2 ore per capire che di lui, mille anni fa, sono stata innamorata.
Mi avvicino al palco, lui si china, dico Ciao e lui dice Ciao Micol. Ti ho vista nel pubblico.
Ma io sono troppo in basso e giù lui sarà 1 metro e 90 e passa, poi c'è il gradino del palco e io mi sento una nana, cazzo.
Scende, mi abbraccia e dice Vivi ancora lì? Sai che ci penso sempre a te ogni volta che passo sotto casa tua? E quant'è passato? Cazzo, un sacco di anni. Ma sei sempre tu, eh. Si vede che sei tu.
E insomma, questa roba mi ha emozionata. Non è narcisismo, lo giuro. Non è il fatto che si ricordi (anche se è sempre meglio ricordare che scordare), non è nemmeno ritrovarlo uomo. E' solo che penso sempre di essere io la sola a dare importanza alle cose e invece a volte no, non sono l'unica. In un mondo che va a rotoli per quasi tutti, lui si ricorda di noi. E questo è tutto stupore.




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13 marzo 2009

Capacità di sintesi

E le mie ultime parole prima di cancellare qualunque cosa furono 'coglione. Come a suo tempo già fu detto'.




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6 marzo 2009

formalismi

Rivoluzionario: ti rendi conto di quante cose sintetiche ci sono agli aperitivi che fai tu?
Frivola: ma ci saranno nei locali da centrosocialista che frequenti tu.
Rivoluzionario: seeeee! noi solo cose genuine, niente nouvelle cusine.
Frivola: bonanotte. Devo aprirti gli occhi, ti porto in un posto che mi piace tanto.
Rivoluzionario: ok, mi metto la giacca e la camicia per te.
Frivola: eh?
Rivoluzionario: se mi ci porti, giuro che mi metto giacca e camicia. La cravatta però no.
Frivola: andata.
Rivoluzionario: basta che non sia un posto tipo il Gattopardo, però.
Frivola: niente Gattopardo. E' fighetto ma intellettuale.
Rivoluzionario: allora ok.
Frivola: ma quindi scusa, la volta dopo mi porti da Ciccio il porchettaro noglobal?
Rivoluzionario: eh, è un'idea!
Frivola: e quindi io per par condicio dovrei vestirmi da... ?
Rivoluzionario: fricchettona alternativa.
Frivola: oggesù.
Rivoluzionario: dai, una gonna lunga svolazzante colorata.
Frivola: ce l'ho!
Rivoluzionario: cellai?!
Frivola: sìsì. Allora tu ti vesti da milanese e io da fricchettona.
Rivoluzionario: perfetto.
Frivola: andata.
Rivoluzionario: anzi, no, scusa, ho cambiato idea. Non vestirti proprio.




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27 febbraio 2009

Frivola vs Il Sociologo

Uic: Non ho parole. Stava andando tutto bene, tutto molto pop come volevo io e poi gli ho detto che il venerdì sera di solito sono stramazzata di sonno e il massimo che faccio sono un aperitivo lungo e un cinema distensivo.
BB: Eh.
Uic: Non ci crederai, ma mi ha tirato un superpippone il cui fine era dimostrare che l'aperitivo milanese è un alienante segno di disagio psico-socio-antropologico.
BB: Gesù, ma la laurea in sociologia la regalano insieme all'abbonamento al manifesto?
Uic: Pare. In più non capisco perché si sforzi di farmi discorsi pseudo intellettuali. Alla fine ci vediamo perché c'è intesa fisica, mica perché voglio metter su un kollettivo.




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27 novembre 2008

A night like this

Racconto due cose, oggi. Vado in ordine, che mi sembra meglio. Questa è la prima.

Incontro per caso.
Ti racconto due cose, entrambe private.
La prima è frivola e la seconda no, ma non fa nulla, prenditi pure le mie parole e basta.
La prima è che quando Fabio ha messo il suo sguardo limpido su di me, non ci potevo credere. La seconda è che questo non poterci credere è il risultato della fine delle storie, è lo strascico greve che ti si appiccia addosso e te le porti in giro come un vestito bagnato che ti fa nuotare male e che nei casi peggiori ti affonda.
Ti racconto due cose.
Era un secolo e mezzo che non ero sfrontata e non avevo paure. Allora semplicemente ho detto: ehy, sei veramente troppo vestito. Ti giuro che mi fai caldo. E lui ha sorriso di un sorriso felice. La seconda è che io da Fabio non volevo nulla, solo il minimo indispensabile che si chiede a un uomo che ti sta baciando la schiena e che ti sei portata a casa (meglio: che ti ha seguita per 30 km abbondanti fino a casa, con una macchina con un faro spento).
Ti dico due cose, la prima è una parte di me, la seconda anche.
La prima è che lui l’indomani parte, e me lo dice mentre la sua lingua batte contro la mia bocca che sta per aprirsi. Io domattina torno in Toscana, ma stanotte voglio stare con te, mi dice. Io stanotte torno a casa mia, rispondo e sorrido. Mi dice: non vuoi dormire con me? No, rispondo e sorrido. Spogliarlo è bellissimo e allegro e naturale e senza forzature e in quel corpo bellissimo ho vissuto uno show. La seconda sono io che mi rivesto e lui mi prende per i fianchi e mi bacia ancora e io sto bene, ma non c’è nient’altro, a parte il sesso e la simpatia. Mi guarda interrogativo e mi dice: che cos’hai, Micol? Incredibilmente nel frastuono totale di quache ora prima mi aveva detto: sì, certo che ho capito come ti chiami. Rispondo: non vorrai davvero sapere della mia storia banalmente triste. Siamo stati bene, io te lo sconsiglio. E lui mi guarda e affonda la sua faccia tra i miei capelli.
Ti faccio sapere due cose, una che mi fa male e una no.
La prima è che non chiedo a Fabio il suo numero quando all’alba lo porto all’imbocco dell’autostrada. Prima sfanala e accosta, scende, si avvicina al mio finestrino, infila la testa, le braccia e mi bacia ancora e sorride. Dice: il tuo numero. Dico, e non lo dico per un motivo specifico, a parte che non vedo l’esigenza di dargli il mio numero, di farlo entrare nella mia vita (col sesso mica si parla di vita), dico: mmm. Guarda che non è indispensabile. Lui dev’essere un po’ stranito (e io che pensavo che gli uomini avessero un debole per le donne che non hanno bisogno di promesse né rassicurazioni) perché non s’inventa nulla di cretinamente romantico e dice: lo voglio, tutto qui. La seconda è che non sono mai stata così fragile e la cosa mi fa impazzire di rabbia. Ma da dove cazzo viene questo stupore? Ma quando mai mi sono meravigliata delle attenzioni? Che sia maledetto quest’uomo che mi ha lasciato così tante paure che se mi metto a contare quante volte al giorno dico di essere spaventata, non la finisco più. E’ il potenziale inespresso che mi fa incazzare. Il giorno prima sei sicura e luminosa e li sfotti tutti, i maschi, e il giorno dopo, quando quel maschio specifico ti lascia, ti sembra che non sarai mai più amata, che non ci sarà nessun altro ad avere la stessa pazienza e la stessa felice venerazione. Ti sembra che con un altro uomo non riuscirai a ridere più. L’unica cosa che ci potrai condividere, con un uomo qualunque, è un letto. E basta.
Ti dico due cose, la prima mi fa ridere e la seconda no.
Da allora, da quando io non ho il numero di Fabio e lui è tornato in Toscana alla sua energia eolica e alla sua storia del Rinascimento, mi cerca e non lo fa come un affamato, lo fa come uno che desidera, il che è proprio diverso, ammettilo. Allora la prima cosa è che Marco Ferradini ha ragione, che meno condividi con l’altro, meno sei disposto, meno concedi (o almeno: meno concedi di te, perché direi che mi sono concessa), più l’altro ti vuole. Tanto che c’è da chiedersi quale fottuto baratro io abbia addosso, perché sia tanto faticoso affrontarmi. La seconda è che ero pronta a sentire la sua lingua sul mio collo e in ogni altro luogo, ma non le sue domande, non i suoi occhi, non la sua gentilezza, non i suoi baci sulle mie palpebre.
Mi ha scritto stanotte: viene a Milano questa settimana. E prima del piacere di vederlo, prima della voglia di spogliarlo, prima di tutto, a me è salita un’angoscia incontrollata. Io non lo so come si esca da tutta questa fragilità inutile, tanto che è una pena sentirla e sentirmela raccontare. Non lo so, ma mi sforzo. La prima cosa è che mi riconosco appena, la seconda è che fingere di stare bene non è il mio mestiere. La terza è che con Fabio ci ho passato un'altra notte, sì.

Incontro per scelta.
Fabio è arrivato sotto il mio ufficio, ha acceso una sigaretta e  quando mi ha vista barcollare sul marciapiede mi ha baciata sulla fronte. Me lo ricordavo esattamente così bello e affettuoso e alto. Mi dice: avevo voglia di parlarti. Io penso: di cosa? e dico: anche io. Finiamo a bere negroni e birra e non so perché mi chiede di me, io glisso un po', ma sono chiara. Non voglio prendermi cura di nessuno. Lui allunga una mano sotto il tavolo e mi tocca la gamba sinistra. Fabio è uno spettacolo. Quando usciamo dal locale mi prende per mano e attraversiamo diretti all'albergo davanti. Dico: non è che sembro una puttana slava con uno sposato? Risponde ridendo: sei bellissima. Il concierge impettito ci guarda senza apparentemente constatare che nessuno di noi due ha una valigia. Finiamo in un letto grandissimo. Ci passiamo svariate ore. Scusate la sintesi, eh. Io sto bene con Fabio, lui direi che sta bene con me. Anzi, lo dice e lo prova e lo sente. Prima di tornare al suo, di albergo, e di baciarmi sulla fronte e sulla bocca si sdraia accanto a me e io dico sorridendo: ehy, non ti fidanzare subito. Prima della mia prossima storia pallosamente seria, voglio fare una gita a Pisa. Lui dice: veramente io vorrei fidanzarmi. Io sorrido e dico: ma che bello! ti piace qualcuna? Lui non si scompone e sta zitto. E com'è, chiedo, è carina? Fabio mi prende la faccia tra le mani e dice: sì, bella e tutto il resto. Sto parlando di te. Lo guardo e penso: è stato bellissimo incontrarti. Lo guardo e dico seria: no.
La mattina scendo a fare colazione con un abito da sera e tacchi vertiginosi e potrei anche sembrare una non-puttana-slava. Leggo Vanity e bevo spremuta di arance rosse. Ho i capelli annodati. Prendo la metro e vado in studio.




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8 novembre 2008

anche gli angeli

Sono nel girone infernale delle condoglianze riservate a chi è stato mollato. Di chi mi chiede come sto (ma Gesù, comevuoichestia? Passo come chiunque da momenti spensierati a momenti in cui sto sotto un treno), che effetto mi fa (quello di chi ingerisce ovuli di eroina chegli si spaccano nella pancia), se me l'aspettavo (e anche se me l'aspettavo? che cosa ti frega?), lui dov'è (non lo so. Basta chiedermi se è in quel posto di merda francese o in quel posto di merda veneto: non-lo-so. Non lo sento da 'ti auguro ogni bene' e non gli ho messo un localizzatore sotto il culo), se ha un'altra (se ce l'ha, ben per lui), se penso mi passerà (diciamo che me lo auguro, ecco), se ho un altro (no e mi sembra molto presto per qualunque cosa a parte divertirsi), se credevo fosse il grande amore (lo credevo, sì), se non pensavo fosse meglio quello prima di lui (decisamente no), quanto tempo siamo stati insieme (due anni e un po') e addirittura come l'hanno presa i suoi (menestrafotto, ho risposto). Ormai la notizia si è sparsa a macchia d'olio, uellà, tutti inteneriti o innervositi da questa storia. Tutti pronti a dire qualcosa, anche qualcosa di giusto, mica solo stronzate. Da me, vi prego, il giorno in cui verrete mollati, non aspettatevele, ché io non sono capace. Comunque sono in questo girone infernale in cui tutti i cazzi miei vorticano nervosamente intorno a chiunque. Dico solo che non rispondo più al telefono si casa. Perché chi chiama, tipo la mia prozia per chiedermi una roba funebre, tipo quella dei DS per la cena di stasera, tipo l'allenatore di calcio del Paramecio, tipo la specializzanda di mio padre, tipo il mio autore, mica vogliono sapere veramente come sto e subire l'onda d'urto. Vogliono essere gentili. Ma io ora no, davvero. Ora voglio solo uscire dal girone infernale delle frasi fatte e buttarmi un po' nella vita. Ora mi faccio un bagno caldo, incollo le piume alle ali degli angeli (e non è una metafora), mi metto in macchina, faccio una settantina di km e poi cerco di sentire solo il rumore. E tengo bene a mente il patto. Molto-bene-a-mente.




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5 novembre 2008

tiffany e il presente

Abbiamo camminato sotto l'alluvione per via Montenapoleone, via del Gesù e poi via della Spiga e siamo entrate. Ho cercato di sgocciolare all'entrata e poi ho aperto gli occhi, stupita, da Tiffany. Le commesse impettite e per nulla austere (mica mi sentivo Julia Roberts in Pretty Woman, anche perché decisamente non indossavo stivali inguinali) hanno i capelli raccolti, non sono tutte strafighe e sono molto gentili. Alla fine, paghi. Mi sembra questo il punto. C'erano diversi maschi in attesa di farsi mostrare tennis e Atlas e anelli. E non so com'è, sarà il momento in cui sento sull'epidermide la decadenza, ma ho avuto la netta percezione che quei gioielli fossero per le amanti e non per le mogli. Altrimenti perché pagare in contanti 600 euro di bracciale? Allora mi è salita una tristezza inarrestabile, tant'è che quasi mi mettevo a piangere sulla spalla del buttafuori dopato e inquietantissimo. Mi sarei trovata bene, su quella spalla marmorea: io adoro parlare con gli estranei dei fatti miei (tant'è che sto qui da anni). Mi danno una versione meno edulcorata, non hanno paura della verità, se la verità ferisce. E insomma sta cosa dei gioielli per le amanti ho dovuto scacciarla perché stava schiacciando me e la speranza tutta. Ma poi ci ho pensato. Seria, composta, razionale. Posata, con la schiena dritta. Ho realizzato che chissenefrega se sono per le amanti e non per le mogli. Tanto moglie non diventerò, allo stato dei fatti, per il prossimo lustro. Allora potrei anche accontentarmi di fare l'amante e ricevere pacchettini di Tiffany.
...
Anzi no, io non sono adatta, io quando per una disgrazia spaventosa ho scelto di esserlo (perché non è che ti capiti) non solo soffrivo, peraltro giustamente, come un cane che aspetta di essere investito sul GRA e per una sfortunata coincidenza quel giorno non passa una macchina. Ma ho ricevuto solo cd masterizzati. Altro che Tiffany.




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3 novembre 2008

I perbenisti sono esentati dalla lettura

Cosa mi rimane della mia storia (tra le dita).
L'obiettiva certezza che alle madri dei miei fidanzati non piaccio e non piacerò mai. Addirittura mille anni fa la mamma di Luca, che mi adorava quando eravamo amici, iniziò a detestarmi nel momento stesso in cui diventai la donna di suo figlio.
Il conteggio in binario con le dita: una cosa di cui non mi farò una cippalippa di nulla per il resto della vita. Provate a trovare un'utilità nel saper contare in binario, non mi sembra un argomento da spendere a cena con gli amici.
L'idiosincrasia per il Veneto e il cattolicesimo spinto e formale. Perché vivere a contatto con chi va a messa tutte le domeniche e poi provare sulla propria pelle tutte le contraddizioni che ne permeano la vita, beh, mi ha convinta ancor più che la solidità religiosa non passi per la caritas.
La consapevolezza che un uomo che ascolta gli 883, per quanto poi abbia mille altre qualità che però al momento non mi sovvengono, ne squalifica tutta la magia.
La certezza che la fantascienza mi fa schifo e che spero che Spirit e Opportunity si sperdano per lo spazio infinito senza mai più fare ritorno. Bombardati, nel caso, dai Meganoidi.
La schiacciante rivelazione che non si costruisce un rapporto a partire dal sesso orale. Perché il sesso orale ha la sua importanza, chiariamo, ma se poi dormi con accanto un uomo che indossa la maglia della salute, l'ormone tenta il suicidio.
La verità, che ti arriva come un pugno allo sterno, che non esistono i colpi di fulmine, ma nemmeno gli scoppi ritardati. Perché se un uomo per anni non l'hai voluto, il motivo c'era.
La sodddisfazione di dire a tutti quelli che pensavano fossi io l'arpia, la megera, la stronza, che no, che è lui il bastardo.
La libertà di vestirsi come mi pare e di spendere quanto voglio per un paio di scarpe e non sentirmi una mezza zoccola se sono scollata, che se voglio stare con le tette al vento, santodio, ci sto.
Oh.

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marzo